Gli avvenimenti riportati in questo racconto si riferiscono a fatti realmente accaduti tra il 10 e il 13 Dicembre 2024.
Alla fine del mondo Villa O’Higgins. Un nome che sembrava uscito da una leggenda più che da una mappa. Eppure, era lì, all'estremo confine della Patagonia cilena, l’ultimo baluardo della Carretera Austral, la strada che taglia a metà la natura selvaggia di questo angolo di mondo. Per me, era l’autentica fine del mondo. La strada si fermava lì, non c'era più nulla oltre.
Ma non per me. Io sarei dovuto andare avanti, volevo arrivare ad Ushuaia. Ero arrivato in questa cittadina minuscola dopo 70 giorni di viaggio, trascinando la mia vecchia Salsa Fargo, una bici carica come un mulo in guerra. Pedalavo da Bogotà, Colombia. Quasi ottomilacinquecento chilometri conquistati con fatica. Avevo attraversato l'Amazzonia, scalato la Cordillera Blanca, sfidato le tempeste tropicali sulle montagne peruviane e pedalato sotto il sole del Salar de Uyuni. Non era stato un viaggio, non nel senso classico. Era stato un duello. Una battaglia quotidiana contro me stesso, un modo per mettere alla prova le mie debolezze. Ogni giorno era una guerra, ogni metro conquistato una piccola vittoria. Imparavo a conoscermi meglio e spostavo la linea del mio impossibile sempre un po’ più in là.
Ma la Patagonia... La Patagonia non era una regione o un paese, era una Terra. Qui, la natura non era solo uno sfondo. Era un essere vivente, un’entità antica e potente che non ti lasciava mai dimenticare quanto fossi piccolo. Era un mondo primordiale. E ora ero qui, a Villa O’Higgins, fermo per la prima volta dopo settimane di fatica. Due giorni, mi dissi. Solo il tempo di sistemare la bici, riposarmi e prepararmi per quella che sarebbe stata un’altra, folle tappa di questo viaggio. La Carretera Austral finisce qui, mi avevano detto. Ma il mio cammino no. Non c’era una strada di collegamento attraverso la Cordillera Patagonica verso la Ruta 40 argentina. Solo un sentiero remoto, un passaggio che sembrava più una leggenda che una realtà. Era possibile? Non lo sapevo. Mi avevano detto che era complicato, pericoloso, forse impossibile con una bici. Ma io non ero venuto fin qui per ascoltare chi diceva di non provarci.
Quando il sole stava calando, pedalai verso il molo. Il vento gelido da sud frustava il mio viso, sollevando nuvole di sabbia che sembravano stormi di uccelli danzanti nell’aria. Mi accovacciai dietro una roccia, accesi il fornello e preparai un caffè caldo, cercando di ignorare il freddo che mi entrava nelle ossa. Fu allora che la vidi. Arrivò con una mountain bike malandata, borse che sembravano sul punto di crollare e un sorriso disarmante. La sua figura sottile si stagliava contro il cielo grigio, i capelli castani raccolti sotto un caschetto da ciclista.
“Ciao,” dissi con un cenno, rompendo il silenzio. “Matteo.”
“Kim,” rispose lei, in italiano. La sua voce aveva un forte accento tedesco. mi sorrise e per un attimo dimenticai il freddo. Mi raccontò che viaggiava da sola, attraversando il Chile con un coraggio e un’intraprendenza che non potevo non ammirare. Per una donna viaggiare così non è facile.
Mentre parlavamo, un altro ciclista apparve all’orizzonte. Giacomo. Mi fissò per un istante prima di esclamare: “Matteo? Ci siamo conosciuti a Courmayeur, ti ricordi?” Non ricordavo affatto, ma lui era così entusiasta che non osai dirglielo. Giacomo aveva un sorriso gigante e due enormi occhiali da vista appoggiati sul naso.
Poco dopo arrivò un altro ragazzo, Nicola. Italiano, capelli ricci e anche lui un sorriso contagioso. Parlava quattro lingue, viaggiava con un budget ristretto e cucinava con un fornello fatto con lattine di birra. Stavo viaggiando da mesi e non avevo mai incontrato un solo ciclista. E li, su quel molo, ne avevo appena incontrati 3. ero senza parole. sentir parlare italiano mi metteva quasi a disagio. ogni tanto ci scappava una parola in Spagnolo ma era tutto molto naturale.
L’ultimo ad arrivare fu Adam, un australiano con una bici che sembrava aver visto più mondo di tutti noi messi insieme. Avevamo la stessa destinazione e questo mi rendeva molto sereno. quel passo che doveva essere pieno di incognite e pericoli, improvvisamente si trasformò in un’avventura incredibile. Perché il peso di tutte le difficoltà lo potevamo condividere. Eravamo un gruppo con un unico obiettivo. “Non è incredibile?” disse Adam con il suo accento cantilenante. “Cinque ciclisti, alla fine del mondo. Sembra l’inizio di una storia.”
La barca partì al tramonto. Caricammo le bici con attenzione, fissandole sullo scafo come se fossero i nostri tesori più preziosi. Sul ponte, il vento gelido ci costringeva a stringere i denti, ma preferimmo passare comunque il viaggio fuori. Il panorama era surreale: ghiacciai azzurri che si tuffavano nel lago, montagne che si innalzavano come cattedrali, il cielo che sembrava un dipinto.
Arrivammo a Candelario Mancilla in tarda serata, quando il crepuscolo tingeva tutto di una luce dorata. Il posto di controllo cileno era un edificio isolato, avvolto nel silenzio. I carabineros ci dissero che non potevamo proseguire fino all’alba. “Dovete accamparvi ma qui è vietato. Dovete tornare indietro e campeggiare su un terreno privato a pagamento” disse uno di loro, con un tono più autoritario che gentile.
Nicola alzò un sopracciglio e ci disse a bassa voce:“Pagare per dormire su un pezzo di terra? Non ci penso nemmeno.” Alla fine trovammo un angolo nascosto tra gli alberi, sulla costa del lago. Piantammo le tende in fretta, ma un rumore di motore ci fece sobbalzare. Un quad apparve dal nulla, con tre carabineros armati che si facevano strada tra la boscaglia. “Buenas noches, gringos,” disse uno di loro, scrutandoci con occhi severi. Nicola prese la parola: “Non ci sembra giusto pagare per dormire su un pezzo di terra per qualche ora. non stiamo facendo nulla di male! Abbiamo il nostro cibo, non lasciamo immondizia. Domani mattina smontiamo tutto e ce ne andiamo.” I militari capirono. Ci ordinarono di seguirli fino alla caserma e ci concessero di dormire lì. Era l’una di notte. Ci sistemammo nel cortile, e nonostante la stanchezza, ridevamo come vecchi amici.
All’alba, con i passaporti timbrati, iniziò la parte più difficile: il trekking. Il sentiero era un intrico di fango, radici e rocce. Ogni passo richiedeva attenzione e ogni metro era conquistato con fatica. Spingere le bici era un lavoro di squadra. A turno, ci aiutavamo nei tratti più ripidi. “Perché lo facciamo?” chiese Giacomo, ansimando mentre attraversavamo un fiume gelido. “Perché siamo pazzi,” rispose Kim, con un sorriso che nascondeva la stanchezza. La foresta sembrava viva. Gli alberi si piegavano sotto il vento, il cielo era un mosaico di nuvole in movimento. Ma ogni tanto il sentiero si apriva, regalando panorami mozzafiato. “Guardate,” sussurrò Adam a un certo punto. Indicava un condor che planava sopra di noi, maestoso e silenzioso. Per un attimo, tutti restammo immobili.
Dopo ore di cammino, raggiungemmo il Lago del Desierto. Salimmo su una barca, esausti ma pieni di un senso di conquista. Poi, una lunga discesa sterrata ci condusse verso El Chaltén. Il vento patagonico, impetuoso, ci alternava spintoni e schiaffi. Quando finalmente il profilo del Fitz Roy apparve a portata di mano, ci fermammo tutti. Qualcuno rise, qualcuno gridò di gioia. Io rimasi in silenzio, lasciandomi riempire da una sensazione che non riuscivo a descrivere. Raggiungemmo una locanda. Le bici erano coperte di fango, i nostri visi segnati dalla fatica, ma negli occhi c’era una luce speciale. Non eravamo più solo viaggiatori solitari. Eravamo un gruppo, legati da qualcosa che non si poteva spiegare.
Quella notte, tra risate e racconti, capii che il vero senso del viaggio non stava nella meta, ma nelle persone che incontri lungo la strada. Anche nei luoghi più remoti del mondo, l’umanità trova un modo per connettersi.
Matteo Stella
Esploratore, guida MTB, Accompagnatore di Media Montagna.